La storia del vino Tintilia, dalle sue origini ai giorni nostri

In primavera, quando la tramontana si affievoliva e cominciava a spirare il vento di Levante, portando calore e profumi, il mare Adriatico da grigio si faceva azzurro ed ondulato, arrivavano i mercanti greci sulle coste pugliesi.
I mercanti dalle navi con vele quadrate e le stive gonfie barattavano i raffinati prodotti dell’oriente con grano, lana, formaggi. I pastori sanniti che avevano svernato in Puglia con le loro greggi, dopo i baratti prendevano i tratturi per tornare ai pascoli estivi ed alle loro dimore sui monti dell’Appennino centrale.
La civiltà greca già permeava i Sanniti quando Roma era solo un villaggio di pirati fenici.
I greci portarono la vite , domesticata in Persia e lungo le rive del mar Nero, la coltivazione della vite si diffuse così intensamente tanto che loro stessi chiamarono quella parte d’Italia meridionale Enotria.
La vite -in greco Jursos- tradotto come “bastone delle baccanti” (Antonio Colò-Attilio Scienza) porta miti e riti: la fermentazione ha qualcosa di speciale, è sacra, sacralità rafforzata in seguito anche dal cristianesimo.
La riproduzione della vite per seme favorisce l’inserimento di geni selvatici nelle piante coltivate, ciò ha dato origine a cultivar autoctoni adattati al territorio.
Si attribuisce origine greca alla Falanghina, al Greco di Tufo, al Primitivo di Manduria e sicuramente ciò è vero anche per la Tintilia.
Quest’ultima diffusa nell’antico “Contando de Molisio” ristretto areale molisano e dell’alto Sannio ad un’altitudine superiore ai 450-500 mentri s.l.m.
Lo studio della seguenza del dna (Cocchini et al.) ha permesso di demolire le tesi degli accademici che la volevano di origine spagnola e sinonimo del sardo Bovale Grande (Enoteca italiana-manuale del Sommelier)
L’uva di Tintilia produce un vino robusto come gli antichi pastori ma morbido, caldo e avvolgente come le carezze di una donna.
Non per niente il termine Tintilia è assonante con “Tentella”, ragazza viviace, civettuola, ammaliante.

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